TUTELA DEL NOME E DIRITTO ALLA NOTORIETA': L'ART. 83 DELLA LEGGE SUL DIRITTO D'AUTORE
di Serena Fiorentini

I principali segni distintivi degli artisti, in quanto persone fisiche, sono il nome (al quale è equiparato lo pseudonimo ai sensi dell’art. 9 cod. civ.) e l’immagine: questi segni identificano la persona e, quindi, la distinguono.
Il diritto al nome è previsto e tutelato dagli artt. 6 e 7 cod. civ. come diritto della personalità e come diritto alla distinzione: consiste, infatti, nel potere di uso esclusivo del nome da parte del titolare e nel potere di esigere l’uso del nome da parte dei terzi per designare la persona del titolare.
Il contenuto del diritto al nome è stato oggetto di un progressivo ampliamento da parte della dottrina e della giurisprudenza.
Secondo l’opinione tradizionale, si ha lesione del diritto al nome soltanto quando un nome viene usato per designare una persona diversa dal titolare, poiché soltanto in questo caso è possibile una confusione personale; secondo l’opinione ormai prevalente, invece, la lesione sussiste anche quando
un nome viene usato per designare un’entità extrapersonale, quando dall’uso indebito possa derivare una confusione di persone e quando l’uso indebito possa arrecare pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro della persona del titolare.
In particolare, si è osservato che una possibilità di confusione si verifica anche nei casi in cui il nome venga usato per attribuire al titolare alcune attività, prestazioni o opere che egli non ha compiuto o nei casi in cui l’uso del nome sia comunque idoneo a far credere ai terzi che dietro una determinata opera o attività vi sia la persona del titolare.
Poiché soltanto il titolare può firmare con il suo nome le sue produzioni materiali o intellettuali, ne consegue che chi appone il nome altrui su un’opera propria o di terzi, viola il diritto al nome.
Nel divieto di uso confusorio del nome previsto dall’art. 7 cod. civ. ricadono, pertanto, le false attribuzioni di paternità di opere dell’ingegno (frequenti soprattutto nel campo delle opere dell’arte figurativa) e le false attribuzioni di paternità di interpretazioni o esecuzioni artistiche.
Per esempio, costituisce violazione del diritto al nome indicare falsamente un cantante come artista esecutore di una composizione musicale.
Poiché al diritto al nome è riconducibile non soltanto il potere di uso esclusivo del nome da parte del titolare, ma anche il potere di esigere l’uso del nome da parte dei terzi per designare la persona del titolare, in relazione all’attività di creazione di opere dell’ingegno e a quella di interpretazione o esecuzione artistica di tali opere, questo potere riceve un particolare e specifico riconoscimento.
Gli artt. 20-23 della legge n. 633 del 1941 attribuiscono, infatti, all’autore di un’opera dell’ingegno il diritto morale di paternità, che comprende la facoltà di identificazione (in forza della quale l’autore può scegliere di firmare l’opera con il suo nome o con uno pseudonimo), la facoltà di anonimato (in forza della quale l’autore può scegliere di non rivelarsi) e la facoltà di rivendicazione della paternità (in forza della quale l’autore può impedire che altri assuma la paternità della sua opera). Analogamente, l’art. 83 della legge n. 633 del 1941 dispone che "gli artisti interpreti e gli artisti esecutori che sostengono le prime parti dell’opera o composizione drammatica, letteraria o musicale, hanno diritto che il loro nome sia indicato nella diffusione o trasmissione della loro recitazione, esecuzione o rappresentazione e venga stabilmente apposto sul disco fonografico, sulla pellicola cinematografica o altro apparecchio equivalente."
Al riguardo si deve considerare che se il diritto previsto dall’art. 81 della legge sul diritto di autore, cioè il diritto di opporsi alla diffusione, trasmissione o riproduzione della prestazione artistica che possa essere di pregiudizio all’onore o alla reputazione, spetta ad un limitato numero di artisti interpreti o esecutori (cioè, ai sensi del successivo art. 82, spetta oltre che ai direttori dell’orchestra o del coro e ai complessi orchestrali o corali, la cui parte non sia di semplice accompagnamento, soltanto agli artisti che nell’opera sostengono "una parte di notevole importanza artistica, anche se di artista esecutore comprimario"), ancora più limitato è il numero degli artisti ai quali è riconosciuto il diritto all’indicazione del nome: quest’ultimo, infatti, spetta soltanto agli artisti interpreti e agli artisti esecutori "che sostengono le prime parti dell’opera."
Ciò significa che non è sufficiente una "parte di notevole importanza artistica", occorrendo, invece, una "prima parte".
Dunque, l’art. 83 della legge sul diritto di autore, riferendosi ai soli artisti che sostengono le prime parti dell’opera o composizione drammatica, letteraria o musicale, esclude gli artisti esecutori comprimari, i quali, se desiderano avere il loro nome "in cartellone", devono ottenere il riconoscimento del diritto per via negoziale.
Nell’ambito della già limitata categoria degli artisti interpreti o esecutori definita dall’art. 82, l’art. 83 individua la più ristretta categoria di coloro che sostengono le prime parti dell’opera: soltanto a questi artisti spetta il diritto all’indicazione del nome, mentre tale diritto non spetta agli artisti esecutori comprimari.
Sul punto, occorre chiedersi se le diverse espressioni utilizzate dagli artt. 82 e 83 sopra citati siano equivalenti. Secondo la dottrina più autorevole le formule "parte di notevole importanza artistica" e "prima parte" hanno un contenuto diverso e, precisamente, la seconda formula ha una portata più limitata. Anche la giurisprudenza più recente concorda con questa tesi ed ha precisato che utili parametri per accertare se una parte è una "prima parte" sono la personalità dell’artista e il risalto contenutistico del personaggio da lui interpretato. Per esempio, è senz’altro una prima parte quella di chi ricopre il ruolo di protagonista (poiché per individuare una prima parte occorre riferirsi all’importanza del personaggio interpretato dall’artista, è indubbio che quello del protagonista sia il personaggio più importante dell’opera messa in scena. Ancora, il diritto al nome viene riconosciuto al direttore d’orchestra, considerato il ruolo preminente da lui assunto nella direzione del complesso orchestrale. Non è, invece, una prima parte quella di un artista esecutore comprimario, anche intendendosi per tale colui che ha una prima parte dopo quella del protagonista (è evidente, infatti, che la prestazione del comprimario non può essere tutelata con la stessa ampiezza di quella del protagonista, non essendo i due artisti sullo stesso livello).
Tuttavia, anche se il diritto al riconoscimento pubblico della paternità della recitazione, esecuzione o rappresentazione non spetta agli artisti che non sostengono una prima parte, a questi artisti spetta comunque, in forza dell’art. 7 cod. civ., il diritto di impedire che ad altri venga falsamente attribuito il ruolo svolto nell’ambito della manifestazione artistica. Così, per esempio, l’attore che ha sostenuto una parte in un film, anche quando non ha diritto di comparire nei titoli di testa, ha pur sempre diritto di impedire che sia indicato che la parte è stata sostenuta da altri.
Si può, pertanto, concludere che il diritto al nome consente all’artista di impedire sia che una prestazione artistica altrui gli venga falsamente attribuita, sia che una sua prestazione artistica venga falsamente attribuita ad altri.
I poteri attribuiti all’artista e, in particolare, all’autore, sulla base del diritto al nome, presentano una singolare coincidenza con quelli attribuiti al titolare del marchio. Anche il titolare del marchio, infatti, può impedire l’uso del marchio sui prodotti altrui e la soppressione del marchio dai propri prodotti. Il nome e il marchio sono entrambi segni distintivi, ma caratterizzati da una funzione profondamente diversa. Così, mentre, da un lato, vige per entrambi il principio di relatività della tutela, in forza del quale il segno è protetto nei limiti della possibilità di confusione (ma per entrambi è prevista anche la tutela di interessi diversi da quello della distinzione, con la conseguenza che l’uso confusorio non è l’unica forma di lesione del diritto: l’art. 7 cod. civ. vieta qualsiasi uso indebito del nome che possa arrecare un pregiudizio al titolare, parallelamente l’art. 1, 1°c, lett. b), della c.d. legge marchi, vieta l’uso di un segno distintivo identico o simile al marchio registrato, anche per prodotti o servizi non affini, se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi), dall’altro lato, esistono profonde differenze di disciplina proprio per effetto del diverso oggetto e della diversa natura dei due segni: si pensi, per esempio, alla possibilità di trasferimento del diritto, che è esclusa per il nome, in quanto segno distintivo della persona fisica ed è, invece, liberamente ammessa per il marchio dal nuovo testo dell’art. 15 della c.d. legge marchi.
Il nome è protetto contro qualsiasi pregiudizio derivante dall’uso che altri indebitamente ne faccia: certamente si verifica un pregiudizio quando l’uso del nome altrui è lesivo dell’onore, della reputazione o del decoro della persona del titolare.
Tale pregiudizio è indebito quando non è giustificato dall’esistenza di un diritto che protegga l’attività dell’autore dell’uso: per esempio, pur essendo lesivo dell’onore, della reputazione o del decoro, non è illecito il comportamento di un giornalista che descriva in un articolo il coinvolgimento di un artista in una rissa, perché tale comportamento è giustificato dal diritto di cronaca.
Più delicato è stabilire se il pregiudizio al quale si riferisce l’art. 7 cod. civ. sia realizzato anche dall’uso a fini economici o commerciali del nome altrui.
In proposito occorre anzitutto precisare che, perché l’uso del nome di una persona in una pubblicità di un prodotto possa essere percepito dal pubblico come uso del nome di quella determinata persona, è necessario che la persona stessa goda di una certa notorietà.
Soltanto il nome di una persona famosa, per esempio il nome di un attore, di un cantante o di un calciatore, "ha la capacità di identificare un individuo specifico al di fuori delle sue relazioni personali e professionali." Infatti, a differenza dei nomi "Mina", "Sting" o "Robert Smith", che identificano un determinato cantante, il nome "Mario Rossi" può indicare decine di persone: il suo uso nella pubblicità di un prodotto non identifica nessuna di esse e, quindi, è uso di un nome di fantasia.
Lo sfruttamento non autorizzato a fini pubblicitari del nome di una persona famosa è illecito, in quanto l’art. 21, 3° c, della c.d. legge marchi, dispone che i nomi di persona, se notori, possono essere registrati come marchio soltanto dall’avente diritto o con il suo consenso.
Il diritto alla indicazione del nome previsto dall’art. 83 della legge n. 633 del 1941 è un aspetto del più generale "diritto alla notorietà".
La personalità dell’artista è inscindibile dal diritto alla notorietà che, così, entra automaticamente nella struttura del contratto di scrittura artistica, comportando il diritto dell’artista all’esecuzione e all’utilizzazione economica della prestazione artistica, ma soprattutto il diritto di paternità della stessa, attraverso il diritto alla indicazione del proprio nome sul disco fonografico, sulla pellicola cinematografica o altro apparecchio equivalente.
Il riconoscimento pubblico della paternità della prestazione artistica è di fondamentale importanza per gli artisti interpreti o esecutori, perché ne derivano effetti di carattere morale, ma anche di carattere economico che incidono sull’apprezzamento del lavoro artistico.
Mentre il diritto alla tutela del nome contro l’uso indebito o illecito da parte di terzi o, comunque, lesivo dell’onore, della reputazione o del decoro, è attribuito indistintamente a tutti gli artisti, il diritto alla indicazione del nome è limitato agli artisti primari.
Gli artisti c.d. minori, infatti, pur avendo diritto alla difesa della propria personalità umana, non possono vantare una forte personalità artistico-professionale.
Problematica al riguardo è la posizione del doppiatore cinematografico che se di per sé non è un artista, in quanto si limita a rendere intelligibile al pubblico una prestazione altrimenti incomprensibile per motivi linguistici, può astrattamente assurgere alla dignità di artista interprete o esecutore "in quanto riviva l’opera dell’autore con un autonomo processo interpretativo e recitativo, trasfondendovi la propria personalità e riuscendo a dare al dialogo una caratterizzazione personale con un contributo creativo o quasi creativo." E’ opportuno ricordare che le prestazioni rese dai doppiatori si distinguono a seconda della peculiarità e della diversa entità del contributo di ciascuno. I "dicitori di parole" sono quei doppiatori che pronunciano semplici parole che, in quanto non collegate in un vero e proprio dialogo, costituiscono più emissione di suoni vocali che discorso. I "lettori di dialoghi" sono quei doppiatori che si limitano a ripetere un discorso, come un trasmettitore. I "doppiatori", invece, assumono una qualificazione professionale più elevata e non meramente tecnica che assurge a dignità di artista interprete o esecutore.
Poiché quella del doppiatore è una prestazione artistica secondaria, ai fini del riconoscimento del diritto alla indicazione del nome ai sensi dell’art. 83 della legge sul diritto di autore, è necessario che egli doppi una parte qualificabile come "prima parte": non sembra, infatti, ragionevole riconoscere al doppiatore ciò che viene negato all’artista doppiato. Non ha, pertanto, diritto alla menzione del proprio nome nei titoli di testa del film il doppiatore che si limiti a pronunciare alcune parole o frasi, sia pure con inflessioni, tonalità o accenti fonici particolari.